Perchè si desiderano i cibi a cui si è intolleranti?

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Secondo un’altra teoria, il forte desiderio di un cibo o di un gruppo di alimenti è dovuto ad uno sbilanciamento nella dieta. Questa visione si rifà alla distinzione degli alimenti in espansivi e contrattivi, distinzione che ritroviamo in diverse correnti di alimentazione naturale come per esempio nella Macrobiotica: se consumiamo troppi alimenti espansivi svilupperemo un grande bisogno di alimenti contrattivi per bilanciare un sistema squilibrato e viceversa; l’assunzione continua di questi alimenti nel tentativo di trovare un equilibrio anche se nel modo sbagliato, ci porterà verso vari disturbi tra i quali le intolleranze. Per correggerle, seguendo questa logica, non sarebbe necessario eliminare i cibi di cui ci nutriamo dr più, o meglio non solo, ma sarebbe più utile scoprire dove si trova lo squilibrio che cerchiamo di correggere in modo istintivo scegliendo sempre gli stessi alimenti e aggiungere cibi che ne controbilancino l’effetto in modo da rendere la dieta né troppo costrittiva né troppo espansiva. Rimanendo sul piano della natura energetica dell’alimento possiamo rivolgerci alle tradizioni spirituali del Mediterraneo e dell’Oriente per osservare che queste antiche saggezze imitavano a consumare i cibi non solo nelle giuste quantità e con la giusta frequenza (ricordiamo quanto detto prima citando Ippocrate, il quale sosteneva che alcuni individui si ammalavano semplicemente per aver assunto un cibo per due volte al giorno quando erano abituati a farlo una volta sola), ma considerando anche quale fosse la caratteristica energetica dell’alimento stesso e con ciò quale energia, o qualità, poteva trasmettere agli uomini. Secondo l’alimentazione yogica. i cibi da preferire sarebbero quelli con proprietà tali da dare un nutrimento leggero ma allo stesso tempo ricco in modo da far sviluppare qualità come la saggezza, l’onestà, la calma. Questi cibi vengono chiamati sattvici ne fanno parte per esempio la maggior parte di frutta e verdura, i germogli, i cereali integrali, e in genere tutti i cibi freschi e cucinati in modo adeguato alla stagione e al clima. Al contrario, gli altri due gruppi, in cui vengono catalogati i cibi, i cibi rajasici e tamasici:, danno all’uomo un’energia non equilibrata, che li porta verso un’eccessiva ansietà, agitazione, e nervosismo o, all’altro estremo, verso l’inerzia sia fisica sia mentale, la lentezza, il ristagno. Si creerebbe allora un circolo vizioso secondo il quale gli uomini con determinate caratteristiche cercherebbero di assumere solo quei cibi che aumentano, favoriscono, supportano lo stato in cui sono, secondo una sorta di meccanismo perverso che impedisce loro di uscire dalle abitudini e vivere in modo più sano.

Ma torniamo alla biochimica e a delle sostanze chiamate esorfine. Anch’esse si presentano come un motivo per il quale cerchiamo certi alimenti in particolare: il vero responsabile sarebbe, ancora una volta il nostro cervello! Alla fine degli anni ’70 del Novecento furono scoperte delle sostanze di derivazione alimentare che esplicavano un’attività su particolari recettori cerebrali. Si tratta delle encefaline, chiamate anche recettori oppioídi. Nella struttura chimica di alcune proteine, soprattutto in quelle di latte e grano, vi sono delle sequenze di aminoacidi che possono attraversare la barriera ematoencefalica (un’importante protezione del cervello contro ogni agente estraneo e molecole varie che circolano nel corpo ma che non devono raggiungerlo) e arrivare al sistema nervoso centrale. Queste sostanze sono state chiamate esorfine in analogia alle endorfine, che sono sostanze morfino-simili di origine endogena, che cioè il nostro corpo produce al fine di diminuire il segnale doloroso e per attenuarlo, e che sono in grado di darci una sensazione di benessere. Lo stesso effetto fanno le esorfine introdotte con certi alimenti. Da qui una possibile spiegazione del desiderio per alcuni cibi ai quali non si può rinunciare perché ci trasmettono una sensazione positiva, ma che allo stesso tempo concorrono all’accumulo e allo sviluppo di un’intolleranza. Dunque, la risposta alla domanda se siamo tutti intolleranti, la risposta è: possiamo diventarlo qualora le nostre abitudini di vita non rispettino e non tengano conto del cielo anteriore e di quello posteriore, cioè della nostra ereditarietà e del nostro terreno individuale. Ciò si traduce in un’attenzione particolare verso la salute intestinale, la corretta digestione e il controllo dello stato infiammatorio e del pH.

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