Come riconoscere le intolleranze alimentari

Home » Alimentazione e benessere » Come riconoscere le intolleranze alimentari

Come riconoscere le intolleranze alimentari?

Selye ha chiama­to questa condizione “sindrome generale di adattamento” e ha iden­tificato tre fasi precise: fase di allarme, fase di adattamento e fase di esaurimento. La fase di allarme inizia da 6 a 48 ore dopo lo stress e comporta un abbassamento della temperatura corporea, la perdita del tono muscolare, ipotensione mentre le ghiandole surrenali diventano più piccole a seguito di una liberazione massiva di mediatori chimici come il cortisolo e l’adrenalina il cui scopo è quello di mediare i sin­tomi e ristabilire l’equilibrio omeostatico.

La seconda fase, o di adattamento, inizia dopo 48 ore, e in genere si assiste a una remission della sintomatologia; l’organismo “si adat­ta” allo stress e ritorna alla normalità. In queste condizioni le ghian­dole surrenali riprendono le dimensioni fisiologiche o addirittura diventano più grandi, sono piene di ormoni e continuamente stimo­late dall’ipofisi che produce grandi quantità di ACTH (adrenocortico­trophic hormone).

La terza fase è detta di esaurimento e si verifica dopo un lungo perio­do in cui il soggetto è sottoposto a stress, ma intervallato da momen­ti di benessere apparente senza evidente sintomatologia. In questa situazione le ghiandole surrenali subiscono una riduzione di volume diventando come un sacchetto vuoto completamente privo di ormo­ni. L’organismo entra nella fase di malattia conclamata con sintoma­tologia cronica e persistente.

La fase di adattamento è quella più subdola e pericolosa perche il soggetto è del tutto normale; l’aumentata produzione di ormoni causa sensazione di benessere con relativo aumento delle attività fisi­che e mentali, e a ogni assunzione dell’alimento che genera intolleranza o agente chimico o condizione psichica il soggetto risponderà con una scarica ormonale.

Alla fine l’organismo diventerà dipendente dalla sostanza con la quale è entrato in contatto e ne andrà alla ricerca; nell’impossibilità di assumerla si potranno verificare delle vere crisi di astinenza. Ancora una volta diventa importante pensare all’ambiente in cui viviamo come a una Casa Comune, nella quale non si possono usare indiscriminatamente pesticidi, diserbanti, concimi chimici, sostanze ormonali, prodotti geneticamente modificati (geni di salmone o di zucca nei pomodori), miscugli di sostanze potenzialmente tossiche spruzzate sui cibi per renderli più belli nell’aspetto, per modificarne e renderne piu gradevole il sapore, senza recare danni alla salute attraverso lo sviluppo delle intolleranze alimentari.

Buona parte della letteratura internazionale imputa alle lectine la responsabilità di molte intolleranze alimentari. Le lectine sono delle glicoproteine presenti in numerosi alimenti con proprietà aggluti­nanti. La loro particolarità è che si comportano seguendo i meccanismi tipici dell’emoagglutinazione, formando degli immunocomples­si che ricordano i meccanismi antigene-anticorpo del sangue umano. Un aspetto interessante, che merita particolare attenzione, e che que­sti immuno-complessi determinerebbero nel sangue umano “l’impi­lamento” dei globuli rossi, con la conseguenza di ridurre la capacità di fornire ossigeno ai tessuti, e in seguito determinando un malfun­zionamento degli stessi con conseguenti disturbifunzionali. In defi­nitiva le lectine, aderendo saldamente proprio come ventose a un organo, creerebbero i presupposti per una patologia.

In realtà, non tutti i disturbi definiti funzionali sono da considerarsi patologie in senso stretto; un organo può essere efficace nello svol­gere una funzione, ma non essere efficiente, cioè non avere un rendi­mento ottimale.

Per comprendere meglio questo concetto si può ricorrere a un esem­pio molto semplice preso in prestito dalla meccanica. Immaginiamo un motore diesel di un’automobile che per diversi motivi (carbura­zione difettosa, disturbi all’impianto di iniezione ecc) non ha un ren­dimento ottimale. Con qualche incertezza continuerà a funzionare, cioè a svolgere il proprio lavoro, ma il suo rendimento non sarà otti­male. Nella migliore delle ipotesi consumerà di più, ma soprattutto inquinerà maggiormente con emissioni di fumo nero (il fumo nero nel corpo umano equivale alla produzione di radicali liberi)

Riguardo agli organi si potrebbe ragionare nello stesso modo, molte persone che nonostante esami di laboratorio normali lamentano disturbi.

Per esempio, un paziente si reca dal proprio medico perchè lamenta difficoltà di digestione. II medico prescrive accertamenti di laborato­rio, transaminasi, gamma-GT, colesterolo, trigliceridi, eccetera. Il paziente torna dal medico con un referto di laboratorio assolutamente normale, e tuttavia continua a lamentare frequenti disturbi digestivi. Che cosa può essere successo?

I dati di laboratorio rivelano che le transaminasi esprimono un valo­re che apparentemente rientra nella normalità, essendo questo valo­re compreso tra il minimo e il massimo di riferimento. Tuttavia, è certo che quel valore numerico rappresenta il valore che permette all’organo in esame di esprimere il rendimento ottimale oppure sono altri i valori numerici da considerare all’interno del range di accetta­bilità? Matematicamente potremmo scrivere una funzione e il suo limite studiando i dintorni di quel numero e pensare che l’organo funzioni in modo ottimale solo quando abbiamo scoperto quale sia il numero!

Si potrebbe andare avanti all’infinito e, seguendo questo ragiona­mento, dimostrare quanto a volte possano essere errati e fuorvianti i test di intolleranza agli alimenti che oggi vengono proposti, se non si tiene conto della soggettività. Nella intolleranza alimentare la varia­bile personale prevale sul “dato medio”.

Un paziente viene sottoposto al rast test per una presunta intolleran­za alla farina. L’esame rileva un valore compreso, per esempio, tra 0 e 1, che non è biochimicamente significativo perche rientra in classe 0 mentre l’intolleranza alla farina è considerata tale solo quando il valore è maggiore di 1 cioè quando rientra in classe 1. Un’attenta valutazione fisica del sistema porta alla semplice conclusione che anche se la classe di appartenenza non è quella che definisce la pre­senza o meno di un’intolleranza, non significa che l’intolleranza non esista. I fisici parlano di sistemi on/ off, di circuiti aperti o chiusi, di luce accesa o spenta, e quest’ultima considerazione suggerisce l’immagi­ne di una lampadina che illumina una stanza quando l’interruttore è on. Ora togliamo la lampadina e lasciamo l’interruttore su on: sfidia­mo chiunque a mettere le dita la dove prima c’era la lampadina senza prendere la scossa!

Ritornando alle lectine, bisogna infine ricordare che questa nuova chiave di lettura è in grado di fornire un’interpretazione scientifica più elastica e agile dei fenomeni classici di intolleranza alimentare o di incompatibilità alimentare correlata alla sola citotossicità espleta­ta nei confronti dei linfociti di tipo beta.

La citotossicità a carico dei globuli bianchi, non è sufficiente a identificare un fenomeno come le intolleranze alimenta­ri che invece coinvolgono meccanismi antigenici ben più complessi.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Stress

Lo sapevi che lo stress è una delle principali cause della sindrome del colon irritabile?

Intolleranze

Lo sapevi che, spesso, il meteorismo è dovuto alla presenza di intolleranze alimentari?

Sedentarietà

Lo sapevi che una vita sedentaria induce atonia delle pareti intestinali e, di conseguenza, stipsi?

Dimagrimento

Lo sapevi che l'idrocolonterapia, abbinata ad una dieta ricca di fibre, favorisce il dimagrimento?
Mens sana in colon sano
21